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Ansia, ne abbiamo?

“Ciao! Oh, cielo! Io sono Ansia. Dove metto le mie cose?”

Si presenta così in ‘Inside Out 2’ Ansia, una delle nuove emozioni portate alla protagonista, Riley, dall’arrivo della pubertà. Spettinata, con mille valigie, incapace di stare ferma un secondo e compulsiva nell’immaginare, sul suo schermo, infiniti (e per lo più catastrofici) scenari possibili.


La conosciamo tutti, forse non sappiamo esattamente in che momento si è presentata alla nostra porta ma è sicuramente una presenza insistente nelle nostre giornate oggi.

Secondo uno studio del World Health Organization del 2023, i disturbi collegati all’ansia sono i più comuni e colpivano, nel 2019, 301 milioni di persone, in prevalenza donne.

Le prime esperienze di questo stato accadono nell’infanzia e nell’adolescenza e come impariamo (o non impariamo) a gestirle ha un grande impatto sul nostro benessere (e quindi sulla nostra vita) da adulti.

Ho ascoltato con interesse Keesha Ewers, esperta di medicina integrativa, durante un intervento relativo al rapporto fra trauma e sistema nervoso, affermare che uno dei più grandi fallimenti di cui siamo responsabili nei confronti delle nuove generazioni è non fornirgli, sin da piccoli, gli strumenti per imparare a sostenere la loro salute mentale.


Perché sono strumenti semplici da imparare ed è la pratica quotidiana e permetterci di maneggiarli in modo efficace. L’ansia, che viene dal latino ‘argo’ (soffocare, stringere), ci chiude in una morsa di preoccupazione e angoscia ed è collegata a un nostro senso di impotenza, per cui cerchiamo affannosamente una soluzione girando a vuoto, come trottole impazzite. Il ‘pericolo’ che immaginiamo non è (quasi) mai reale, ma essendolo nella nostra percezione lo diventa a tutti gli effetti nel nostro sistema, per cui si scatena quella che Lucio Della Seta, nel suo libro “Debellare il senso di colpa” descrive efficacemente come ‘tempesta neurovegetativa”: il cuore che batte all’impazzata, tensione muscolare, sudorazione, occhi sgranati, panico.

Egli afferma: “All’insaputa di chi la teme, la catastrofe senza nome è in realtà la tempesta neurovegetativa già vissuta da bambini che stravolge la percezione del mondo. E il panico è qualcosa che nessuno vuole riprovare. A nessun costo”.


Ma come si fa, se non abbiamo imparato nè da bambini nè da adolescenti cosa fare in questi casi? Innanzitutto diventando consapevoli di questo nostro modo di funzionare, che è antico e decisamente poco ‘raffinato’. Facciamo nostra la convinzione espressa da Gianna Schelotto, psicologa specializzata in psicosomatica, secondo cui “l’ansia non è soltanto un modo di soffrire, di aver paura, di incatenare i nostri comportamenti. L’ansia, in tutte le sue forme, è soprattutto un linguaggio interiore, che descrive i nodi segreti della nostra vita quotidiana e ci indica la maniera di scioglierli” (Gianna Schelotto, ‘Nostra ansia quotidiana’).


Diverso, quindi, è cercare di individuare i triggers (le situazioni che ci fanno scattare l'ansia) e i motivi sottostanti (cosa, in quelle situazioni, ci fa sentire inadeguati e ci mette addosso la fregola di dover uscire da quello stato). I secondi sono i nodi segreti di cui parla Schelotto. Nei percorsi terapeutici che seguo (sia quando sono terapista sia quando sono paziente) la prima parte resta utile: non solo attiva un processo di osservazione e consapevolezza, ma fornisce anche una 'lista di ingredienti' che ci aiutano a orientarci. Un po' come sapere che un determinato gusto, in un piatto, ci scatena ricordi sgradevoli. La fase dopo è capire, meglio se con l'aiuto di un professionista, che 'matassa emotiva' c'è sotto, e cominciare a tirare i fili. Il terapista è utile per infiniti motivi, di cui i tre essenziali per me sono: il farci sentire al sicuro (essenziale per permettere alle 'matasse' di emergere), il saperci orientare e tirare i fili giusti al momento opportuno, l'accompagnarci in questo processo non lineare. Già, ma l'ANSIA? Come la affrontiamo? I percorsi sono tanti, gli strumenti tutti validi, ma il mio approccio è che non c'è una formula che funzioni per tutti: ognuno di noi è unico e deve trovare la sua ricetta, altrettanto originale. Anni fa ho avuto una paziente che aveva provato a cominciare la giornata con delle passeggiate, perché aveva letto (più o meno dappertutto) che l'attività fisica aiuta a migliorare lo stato d'ansia. Era demotivata perchè diceva che continuava a cammiare, sentendosi sempre in fuga da qualcosa, e si ritrovava a girare a vuoto agitata quanto prima. Esplorando la sua storia e il suo modo di reagire abbiamo messo a fuoco come la sua reazione prevalente, la fuga, trovasse in questo approccio solo un altro modo di esprimersi, ma non avesse nessun impatto sulla sua capacità di ricentrarsi. Provammo diverse pratiche che la aiutassero a STARE: con sè stessa, nel corpo, ferma, nel momento. Con lei funzionò un mix di pratiche somatiche lente, focalizzate su respiro e movimenti, più alcune modalità espressive che le permisero di buttare fuori i famosi 'nodi' e di digerirli nello spazio condiviso. Tirando le somme, anche se è vero che gli strumenti sono moltissimi, è nel trovare quello che funziona per noi che arriviamo al risultato. La buona notizia è che già intraprendere la ricerca è parte della soluzione. E in quel percorso di tentativi e cambiamenti capiamo tanto di noi, impariamo ad ascoltarci, a prenderci cura dei nostri nodi e arriviamo a una nuova fase di equilibrio. Fino alla prossima rivoluzione. Con un'ansia che avrà perso la A maiuscola.

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