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Non sarai mai abbastanza. Per fortuna.


Nessuno di noi vuole sentirsi un fallimento.

Vogliamo tutti sentire che abbiamo un valore, che siamo 'meritevoli' di varie cose: di essere apprezzati, capiti, amati. Di essere felici.

Spesso, però, ci ingarbugliamo in un pensiero che vince il premio “50 sfumature di auto picconate” (chi se lo ricorda Tafazzi?): non siamo abbastanza, e tutte le cose che vogliamo possiamo raggiungerle solo diventando quel 'qualcosa in più'.

Questa partita, che si comincia a giocare nella nostra testa, si estende poi su tanti altri campi: il nostro corpo, la nostra percezione di noi stessi e di ciò che possiamo o non possiamo, il nostro agire e soprattutto il nostro non agire.

Ci ho giocato anche io, per anni, e ogni volta che mi viene voglia di salire sugli spalti e dedicarmi questo striscione nefasto rimetto in pratica i 3 punti che ho imparato da Ilan Stephani, terapeuta somatica tedesca.

Per lei, questo tormentone che ci rifiliamo è una 'dipendenza collettiva': più ci ripetiamo che non siamo abbastanza, più perdiamo energia, e più perdiamo energia più ci sentiamo così, crogiolandoci in un loop senza fine.

Quanto tempo dobbiamo investire nel perfezionarci per mettere a tacere questa voce nella nostra testa? Zero minuti (perché secondo lei - e anche secondo me - non funziona).

Proviamo una tattica diversa.

Cosa succede se rinunciamo a combattere questa battaglia e la sfidiamo come la trappola mentale che è? Cosa cambia se ci diciamo “Non sarò mai meglio di oggi” e cominciamo a festeggiare questo fatto? Ecco la mossa numero uno: immaginiamo di DECIDERE di non essere abbastanza. Di sceglierlo con tutto il cuore. Di accogliere, abbracciare, sentire che siamo così e amen.

Sentire che possiamo stare in quell'ombra e lasciare che questo ci regali intensità (perché, sorpresa, è nel nostro essere imperfetti e vulnerabili che sta la nostra vitalità).

Adesso che abbiamo familiarizzato con lo stare in quello che siamo invece che remare verso quello che non siamo, possiamo provare la pratica due: espanderci. Immaginiamo di essere una piccola aquila che deve provare a volare per la prima volta e non sa se ne è capace. Allarghiamo le braccia e piano piano facciamo uno stretching, fino a dove riusciamo e anche un pochino oltre. Respiriamo, facciamo versi, se vogliamo possiamo pure lasciarci scappare una parolaccia (Ilan lo ha detto e io ho eseguito!).

Lasciamo scorrere l'energia. Godiamoci il fatto che abbiamo vinto, perché abbiamo perso (la nostra battaglia contro il volerci sentire di più). Se il prezzo da pagare per sentirci vivi è accogliere fino in fondo, provocatoriamente, l'essere dei fallimenti ambulanti, paghiamolo con slancio!

E infine, il passaggio numero 3: cambiare domanda. Non più: “Cosa devo fare per sentire che sono abbastanza?” ma “Posso tollerare tutta l'energia che sono?”.

Posso accogliere il mio essere troppo?

Questa domanda si accompagna sfregando velocemente i palmi delle mani l'uno contro l'altro, e quando si sente di aver creato molto calore si mettono sul petto all'altezza del cuore, connettendoci con una nuova consapevolezza: non siamo fallimenti ambulanti, ma doni che camminano nel mondo.


Photo credits: Canva.



 



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