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Il mestiere del pioniere

“Certi giorni mi chiedo se ha senso quello che sto facendo”.

Mi sono sentita dire questa frase da quasi tutte le persone più consapevoli e in gamba che conosco.


Rivelazione: non si tratta solo della sindrome dell’impostore.

La percezione di non meritare i nostri risultati, di non essere nella posizione di accoglierli pienamente e sentirli sottopelle è sicuramente parte del kit di paranoie che spesso abbiamo in dotazione, ma c’è molto altro.

Queste parole sfiduciate escono dalla bocca di persone che nella vita hanno fatto delle cose importanti e soprattutto ne hanno inventate di nuove.

Fra le cose importanti c'è spesso cascare e rialzarsi.

Per esempio lasciare un lavoro, sia per scelta di altri che per scelta propria.


C'è Claudia, designer di gioielli, la cui azienda ha chiuso da un giorno all'altro senza darle una spiegazione, che dopo un periodo fra lavori precari di ogni genere, ha riscoperto una vecchia passione per il ricamo e adesso fa opere che su Instagram seguono (e comprano) in migliaia. C'è Francesco, che dopo anni nello stesso studio a fare il grafico si è licenziato per realizzare la sua prima graphic novel e nel frattempo ha scoperto l'animazione e la musica elettronica (e sì, le ha messe insieme). C'è Sonia, che ha dedicato anni a quello che era il suo lavoro dei sogni, ovvero la grande azienda di moda, e dopo averne vissuto l'ambiente reale e le sue zone d'ombra ha mollato sogno e stipendio per aprirsi un'attività di compravendita abiti vintage selezionati, online e offline.

L'elenco è lunghissimo, ma la cosa che hanno tutte queste persone in comune è che a un certo punto le ho sentite dire: “Certi giorni mi chiedo se ha senso quello che sto facendo”.

Sottinteso: “se ho senso io.

Viviamo in una realtà che è cambiata molto rapidamente: non esistono quasi più quelle carriere in cui si cominciava un lavoro e si restava nello stesso posto per una vita. Neppure Checco Zalone nel suo “Quo vado?” restava, nella pratica, fedele al posto fisso.

Ma siamo ancora, in buona parte, figli di quella generazione in cui ai nostri genitori è andata così, e di fronte ai vari cambi di lavoro che caratterizzano le nostre vite, nel migliore dei casi ci siamo sentiti dire: “Ma qualcosa di più sicuro no?”

Se poi, malauguratamente, l'ambito in cui siamo stati pionieri rientra nel campo della creatività, alzi la mano chi non avrebbe voluto un euro per ogni “Sì, ma di lavoro cosa fai?” incassato.

Nell'ambito dei lavori nuovi, quelli che ci siamo ritagliati con fatica in un mercato sempre più globale e competitivo, siamo pionieri.

Questo significa aver fatto una strada non battuta prima, senza tanti riferimenti, senza un manuale di istruzioni e anche senza nessuno che ogni tanto ci abbia dato una pacca sulla spalla per dirci “Bravo, stai andando bene”.

Spesso ci ha salvato la tigna, quell'impuntarci contro tutto e contro tutti che scritto così, ora, ha un non so che di eroico ma che mentre siamo lì, ad annaspare nei dubbi senza una bussola, è solo una gran fatica.

Non siamo neppure tanto bravi a raccogliere i frutti, quando arriviamo da qualche parte, un po' perché anche nell'ambito dei traguardi siamo in un'area inesplorata (chi lo dice cosa è un successo?) un po' perché quel “beato te che sei arrivato lì e fai questa cosa nuova e figa”, sotto sotto ci irrita. Non ci siamo piovuti di colpo, abbiamo fatto ogni passo di quella strampalata strada piena di buche, e a tratti non ci è neppure chiaro come siamo arrivati qui. Tante volte avremmo fatto a cambio con quella stabilità che, per sorte, per indole, per scelta, ci è sempre sfuggita di mano.


È un duro mestiere, quello del pioniere.

Ma senza percorsi simili non si aprirebbero strade nuove.

Non si pianterebbero semi che diventeranno domani nuovi modi di pensare e agire, possibilità in grado di creare spazi con dei contorni nuovi. Spesso anche solo perché i contorni che esistevano già ci andavano stretti.


Per cui ogni volta che sento la frase “non so se quello che sto facendo ha senso” io rispondo “ce l'ha, eccome. Solo che te ne accorgerai fra qualche mese o qualche anno, quando ti fermerai, farai un bel respiro e ti prenderai il tempo per accorgerti di cosa hai realizzato. E ti dirai bravo da solo.”



[Photo Credits: IG @next_voyage]

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