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La felicità, che fatica.

Dopo una vita ricca di esperienze e una manciata di anni da single, una mia amica ha incontrato, a 54 anni, la famosa “persona giusta”.

Durante uno dei loro primi week end insieme, mentre visitavano un pittoresco paesino di pescatori sulla costa lui, notando la sua espressione strana, le ha chiesto: “Sei felice?”.

Lei ha risposto: “Sì, è solo che non ci sono abituata”.

In questa storia si trova una delle realizzazioni che, nel mio percorso personale e professionale, ha fatto la differenza più grande: prendere consapevolezza che, se non ne abbiamo l'abitudine o l'esperienza, la felicità non ci viene per niente naturale.

Potete sostituire alla parola “felicità” tutto quello che volete: benessere, soldi, amore, facilità, relax, leggerezza. È lo stesso.


Siamo grovigli di abitudini che camminano nel mondo, con un sistema progettato per tenerci al sicuro che si sente potenzialmente minacciato da tutto ciò che è nuovo. Accogliamo tutto quello che ci è familiare (e che quindi abbiamo consciamente o inconsciamente stabilito essere “sicuro”) e rigettiamo tutto quello che non lo è. Ci lamentiamo dei soldi che non arrivano, del partner che non ci capisce, del collega che ci prosciuga, ma ci infiliamo come un guanto questa realtà addosso e non riusciamo a cambiarla, perché, quando succede, il sistema ci va in tilt.


Prendiamo questi esempi: cosa succede quando i soldi arrivano, il partner ci ascolta, il collega collabora? Riusciamo ad accorgercene, godercelo e fare in modo che queste situazioni si ripetano (magari facendo anche la nostra parte) o manco ce ne accorgiamo, minimizziamo e pensiamo sia stato solo un caso? Se le risposte sono le seconde, non stupitevi: siamo fatti così.

Sentiamo, in testa e nel corpo, una resistenza che ci fa tornare alle abitudini e fuggire dal nuovo, anche quando sulla carta arriva quello che vogliamo (e se arriva in modi che non avevamo previsto, tilt al quadrato!).


Come si fa? Uno di modi è sentirsi in uno spazio sicuro quando si affrontano le proprie abitudini e il tentare di scrollarsele di dosso. Possibilmente con qualcuno che ci accompagni nelle montagne russe del cambiamento. Un terapista preparato aiuta a individuare con chiarezza i pattern, a indicare altre possibilità e a restare nel processo non lineare di far entrare il nuovo. Nel mio percorso, ho scelto di specializzarmi nel far passare le informazioni dal corpo, perché il 'sentire' per me è da sempre più complesso (e più efficace quando accade) del 'pensare'. C'è chi preferisce passare dalla testa e dal dialogo.

Sono entrambe valide opzioni, basta seguire quella che funziona di più per noi. Le persone che si rivolgono a me vengono guidate, nel corpo, nelle proprie aree bersaglio (quelle che irrigidiscono per abitudine e che le tengono dove stanno), nell'imparare come ci si sente a rilasciare quella tensione e infine nell'accettare lo spazio che si crea, che è più ampio e dove si riescono ad accogliere situazioni, persone e cose nuove.


Tornando al titolo: la felicità (qualunque cosa significhi per ognuno di noi) non ci viene spontanea? Affidiamoci a qualcuno che ci insegni a riceverla. Soprattutto se arriva in modi che non ci aspettavamo (perché, spoiler, non lo fa mai).


(Credits photo: Canva)




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